L’amore che resta Capitolo 7

scritto da LuciaM
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… ho pensato a lungo se continuare a pubblicare e non ho trovato ancora risposta .. so però che sto aiutando la mia mente a crescere e per ora mi basta
- Nota dell'autore LuciaM

Testo: L’amore che resta Capitolo 7
di LuciaM

Capitolo 7 — Non l’ho fermato

Non l’ho fermato.

Non gli ho detto ripensaci.
Non gli ho detto non andare.
Non gli ho detto ma io sono tua madre.

L’ho guardato uscire.

E quando la porta si è chiusa, non sono diventata più forte.

Mi sono seduta sul divano.

E ci sono rimasta.

Una settimana.

Non ero saggia.
Non ero centrata.
Ero una madre svuotata.

La casa andava avanti.
Il giorno diventava sera.
La sera diventava notte.

Io no.

Guardavo il telefono.
Lo prendevo in mano.
Lo rimettevo giù.

Scrivergli era un impulso fisico.
Quasi un riflesso.

La frase rimbombava nella testa:

“Se mi ami, sparisci.”

Mi chiedevo:
Se sparisco davvero… torna?
Se resto ferma… lo perdo per sempre?

Il primo mese è stato un mese di totale confusione interna.

Un giorno convinta di aver fatto l’unica cosa possibile.
Il giorno dopo terrorizzata di aver distrutto tutto.

La mia natura era rincorrere.
Spiegare.
Sistemare.

Restare immobile mi costava fatica fisica.

Ho cominciato a scrivere.

Non per fare un libro.
Per non impazzire.

Ho cominciato a guardare il mio linguaggio.

Io parlavo di verità.
Lui sentiva pressione.

Io parlavo di presenza.
Lui sentiva invasione.

Io chiamavo rispetto quello che, forse, era la mia paura di perderlo.

Venti giorni dopo, la vita lo ha colpito di nuovo.

Una perdita.

Un fulcro della sua vita.
Qualcosa che teneva insieme il poco equilibrio che ancora aveva.

Quella perdita gli ha tolto il minimo.
Quel barlume che ancora gli restava.

È stato lì che l’ho rivisto.

E lì ho capito che non avevo altra scelta.

Se davvero lo amavo —
non come sapevo fare io,
ma come lui chiedeva di essere amato —
dovevo diventare una madre diversa.

Non più quella che spiega mentre l’altro crolla.
Non più quella che riempie i silenzi per paura.

Dovevo essere una madre che regge il vuoto.

Una madre che accompagna senza decidere la direzione.
Pronta ad accogliere, ma non a guidare.
Presente, ma non pressante.

Silenziosa.
Composta.
Solida.

I giorni successivi sono stati ancora più duri dei precedenti.

Non sapevo se lo stavo aiutando
o se, proprio nel momento in cui era più fragile,
stavo peggiorando tutto.

Mi chiedevo:

E se il mio silenzio fosse indifferenza?
E se avesse bisogno di più, non di meno?

La tentazione di scrivergli qualcosa in più era continua.
Una frase.
Una rassicurazione.
Un “ci sono”.

Non l’ho fatto.

Ho aspettato.

Poi ha cominciato a scrivermi.

Messaggi brevi.
Poi un po’ più lunghi.

Non stava bene.
Ma mi scriveva.

Un giorno:

“Hai il pesce?”

“Sì.”

“Hai i paccheri?”

“Sì.”

“Allora presto vengo a mangiarli.”

Ho scritto:

“Va bene.”

E ho lasciato il telefono sul tavolo.

Avrei ingoiato il telefono.

Avrei voluto scrivere:
Quando?
Dimmi quando.
Dimmi che non è solo un modo per tenermi buona.

Avrei voluto fissare un giorno, un’ora, una certezza.

Quel “va bene” non era leggerezza.

Era trattenere tutto.

Era non chiedere garanzie.
Era non trasformare un suo passo in un mio controllo.
Era fidarmi di una parola che non aveva una data.

Per me, scrivere “va bene” ha voluto dire questo:

ti lascio venire.
Non ti trascino.

E per la prima volta non mi sono sentita una madre che perde.

Mi sono sentita una madre che regge.

L’amore che resta Capitolo 7 testo di LuciaM
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